Le mille facce di artù
Cultura

Artù dalle mille facce

A Lucca C&G ‘24 mi sono accaparrata tre opere che rientrano in modi diversi nell’universo delle leggende arturiane… Tuttavia, c’è modo di avere la vera storia di Re Artù?

C’era una volta, nel regno di Molto, Molto Lontano…

Spoiler alla domanda: sì, ma no.
Il favoloso mondo di Artù è quello che nell’età contemporanea ha gettato le fondamenta per l’high fantasy. Conseguentemente anche per l’heroic e i loro antitetici.

È anche forse il mondo a cui sono più affezionata, tra personaggi, sortilegi, avventure, maghe e chissà. Tra tutto il mio materiale inedito e seminedito, molti devono qualcosa ai cicli e alle leggende arturiane, da chi si trova a dover estrarre spade varie a chi si trova in storie non sue.
L’ambientazione arturiana è così vasta e duttile che può praticamente considerarsi open source. Camelot può diventare solo uno sfondo. Spesso i personaggi si ritrovano anche al di fuori delle cronache arturiane stesse, in nuovi scenari imprevedibili. Se c’è una cosa che può fare lo storytelling di oggi è anche invertire i ruoli e i punti di vista, cosa che nei corpus mitologici, per loro natura fondativi, erano molto più limitati. Ne è un esempio blando Shrek Terzo. Artù è solo una comparsa e non ha nessunissima voglia di accollarsi il trono.

Non c’è modo in realtà di scappare dalle leggende arturiane, te le cucchi a ogni età. Da la spada nella roccia ai film e ai brutti retelling che escono mediamente ogni 3 o 4 anni su ogni media che reclamano di essere la vera storia e, come spesso capita con il fantasy più recente, di essere anche non solo più verosimile, ma pure più rivoluzionario, senza mai indagare oltre la patina degli stereotipi e la vera valenza che i personaggi, soprattutto femminili, hanno avuto in secoli di interpretazione.
Questo fa delle saghe arturiane l’imprinting su cui tutti noi basiamo poi il nostro rapporto coi suoi discendenti puramente fantasy. Con tutti poi gli annessi e connessi delle sue interpretazioni. Dalla più teatrale ai cambi di punto di vista e contesti fino all’invenzione di nuovi personaggi:

“The green Knight”, film
“Le nebbie di avalon”, romanzo
“King Arthur”, film
“Prince Valiant”, fumetto
“Alla ricerca di Camelot”, animazione
“La pietra del Cielo”, romanzo

{Un po’ di titoli di vario tipo di cose che mi garbano – io sempre e comunque team Morgana.}

Problema 1: Sword or sorcery?

La vera difficoltà nel raccontare qualsiasi cosa a tema arturiano è che nella nostra epoca abbiamo perso del tutto la connessione con una realtà pregna di folklore. Il magico e la meraviglia erano sempre dietro l’angolo, accettate e facente parte della quotidianità a ogni livello sociale: nelle case più povere i folletti aiutavano con le mansioni agrodomestiche, nelle dimore dei signori si ospitano la Fata Morgana, il Cavaliere Verde, si discute del Graal e ci si sfida in duello e torneo lancia in resta col figlio di un gigante. Quando il folklore è venuto meno, soprattutto in Italia, tutto questo apparato è stato ricondotto nella letteratura fantastica (soprattutto per l’infanzia: in Italia il fantasy è stato obbligatoriamente instradato verso i bambini).

E nella letteratura fantastica, così come in altri media più visivi, il meraviglioso ha lasciato il passo al “realismo puro”. Un problema che deriva anche dal cambio di pubblico e dalle aspettative, avendo certi aspetti ormai consolidati nel proprio immaginario. Dopo che la narrativa fantastica ha preso varie forme e rivoli diversi creando un bosco e un sottobosco di narrazioni, sembra che la parte realistica e la parte meravigliosa siano diventati inconciliabili. Ogni titolo, su ogni media, da almeno vent’anni, reclama una presunta realtà come se fosse un valore spendibile rispetto a ciò che, dagli anni Settanta agli anni Novanta, era più basato su un sostrato di magia e meraviglia.

Spesso testi che peccano magari di ingenuità nel metro odierno, o di aspetti più mitici e high fantasy che non necessitano spessi approfondimenti, trasmettono decisamente di più dell’arturianità rispetto a ciò che esce oggi. È un aspetto che coinvolge tutti i big della mitografia celtica e mediterranea, da Robin Hood ai miti greci. Come se il mito originale non fosse visto come capace di raccontarsi da solo. O peggio, dovesse essere ipersemplificato perdendo tutti i sottintesi, dopo esser stato schiacciato sulla fruizione infantile, ma che necessitasse del registro della modernità e del realismo per tornare a essere comunicativo, in genere con risultati semplicemente pessimi perché striscianti solo sulle rappresentazioni più stereotipiche.
I primi a farne le spese sono divinità e creature “di mezzo”, costrette a sparire (sul perché, ne parlerò un’altra volta).

C’è una pretesa di realismo più reale della realtà, su ogni media, che viene spinta all’interno del fantastico rendendolo spesso solo una versione con più fango e senza più niente a che spartire col materiale primigeno, a parte l’assonanza di alcuni nomi. Di cui, in genere, ce ne facciamo poco, se sulla bilancia il contenuto originale è usato male e serve solo da volano per un prodotto mediocre che senza l’aggancio a un “brand” andrebbe poco lontano.
Il che è un peccato: meraviglia è bello, è l’ossatura stessa del fantastico. E non vuol dire “meno qualità” o “meno studio” o “meno aderenza alle fonti”. Anzi.

Problema 2: leggende arturiane… ma quando?

Le leggende arturiane attuali non devono solo fare i conti sullo scorrimento tra mistico e reale come se fossero opposti che non possono essere miscelati, ma anche a livello diacronico.
Le cronache arturiane sono composte da materiale diverso. Va dalla compilazione di leggende locali delle isole britanniche celtiche (soprattutto area cornico-cambra passando per varie zone perché storicamente situazioni complicatissime tra il IV e il VIII d.C.; “inglese” è una sfera successiva) al pieno sviluppo dei trovatori francesi medievali. Dalla ricerca di un Graal e ha continuato con la riscoperta romantica Ottocentesca, fino a moltiplicarsi su ogni media. Radiodramma, teatro, opera, cartoni animati, quadri, satira, brani metal (Blind Guardian, “Mordred’s Song” forse la più famosa), manga e fumetti e supereroistica.

In queste mille versioni i personaggi godono di cambi di rappresentazione, spin off, approfondimenti, ricerche. Fino a nuove avventure in contesti contemporanei completamente innovativi, dalla sci-fi al western. Passando ovviamente per la propaganda nazionale e oggi, addirittura, Re Artù viene ribaltato come villain. Non è più salvatore della patria.

Comunque la cosa forse più “arturiana” è: che sia il V secolo d.C., il 1180, o il 2020 sempre qua a ricamarci su stiamo.
Quel che resta invariato e stabile in tutti i secoli infatti, adattamenti, avventure, riscritture più o meno riuscite delle leggende arturiane è la trasmissione non tanto della figura di Artù, quanto di Camelot. Una realtà che ispira il meglio degli eroismi. Sia che intenda della prima cristianità (la ricerca del Graal), dell’antichità celtica di un Re che Ritorna o della coscienza civile di una comunità.

Le cronache arturiane hanno parentesi temporali di avvenimenti ed estetica che va dal IV al XV secolo a stare stretti. Sono un migliaio di anni in cui l’estetica e le simbologie delle isole britanniche cambiano drasticamente. C’è differenza tra un condottiero romano-britannico e un signore feudale che può contare sulla cavalleria pesante. Di conseguenza è abbastanza ovvio che nessun orizzonte temporale sia il vero e il solo arturiano. Una storia ambientata nel periodo tardo-romano non è necessariamente più genuina o reale di una del periodo dei grandi tornei trecenteschi, e viceversa. E una cosa non esclude l’altra, nonostante per questo si occorra una rappresentazione acronica.

Ognuno di noi ha quei due o tre titoli che adora, che esprimono le diverse inclinazioni e interpretazioni. Sono tali anche se si discostano poi, fonti alla mano, dalle versioni più antiche. Siamo forse in Italia l’ultimo paese che ha scoperto l’esistenza del Cavaliere Verde, ma siamo tra i primi dal medioevo ad avere delle rappresentazioni delle leggende arturiane. Bassorilievi, pitture, nobili che chiamavano i figli Lancillotto. Per questo ogni prodotto che reclami una presunta verità si scontra di faccia con l’unica verità di non poterlo essere. È un dato di fatto, oggettivo e incontrovertibile, perché non esiste nessuna verità né versione più realistica del reale. Ci sono solo numerosissime fonti che dialogano tra loro, spesso in contraddizione.

Situazioni che rimangono per la loro incredibile complessità sul fondo (nomi gallesi sconosciuti al pubblico anche più appassionato). Scene notissime ma poco aderenti alle fonti originali (Morgana non è la madre di Mordred, non sempre almeno). O considerate così periferiche da non essere mai considerate parte della narrazione (Cavaliere Verde, Sir Percival). Anche lo slittamento semantico dei valori trasmessi (l’educazione del giovane signore medievale non è la stessa di un giovane lettore di oggi, per cui fatichiamo a comprendere come attuali alcuni passaggi che vengono semplificati, soprattutto per il pubblico più giovane, quindi resta la “chiamata”).

Ne consegue quindi che non è necessario per un titolo essere più realista del Re, per essere valevole e arturiano. Basta essere fatto bene e al meglio delle proprie capacità. Perché di sicuro si arriverà a un momento in cui il nostro lavoro creativo si affaccerà a versioni diverse della stessa fonte, e dovremo operare una scelta narrativa. Perché si può cercare quanto si vuole tra le fonti, i manoscritti, gli annali, i testi in lingua ma ci sarà sempre un momento in cui lo stesso personaggio è in due posti diversi o agisce in diversa imprevista; che è più adatto a una dimensione celtica e meno al torneo cavalleresco; che ha uno scopo magico che non comprendiamo più.

Il meglio dell’Arturianità Pop

Ecco quindi i tre titoli arturiani che mi sono accaparrata. Nel senso che quando sono in fiera arrivo sempre di corsa perché intanto ho altri due tavoli da supervisionare. Quindi devo fare vere e proprie incursioni mirate alla vichinga, sigh. Ognuna di loro ha una sua visione delle leggende arturiane, le interpreta, le segue, le nomina e le fa proprie e che mi piacciono moltissimo proprio per riuscire a trattare la stessa cosa, con complessità, ma con risultati diversissimi.

Mordred – Blekbord

Partiamo dalla self area dei fumetti, dove in effetti è forse più puro lo spirito arturiano. I trovatori e i poeti che pellegrinavano da una corte all’altra raccontavano dei loro eroi preferiti, duelli, gli amori e le disfide. Forse la parte più creativa e imprevedibile di tutte le parti delle cronache arturiane, perché raccontata sulla sensibilità del proprio pubblico. Nobili, umili, maschi o femmine che fossero, chiunque.

Il collettivo Blekbord ha realizzato una storia dedicata a Mordred, con un cambio di punto di vista piuttosto raro. Sono pochi i casi in cui è Mordred a parlare, fuori dal cerchio stretto in cui abita come il grande avversario di suo padre, Artù, e di grande accusatore del tradimento della regina Ginevra. Ne è uscita una roba mattissima piuttosto rara per le leggende arturiane.

È una storia breve e molto sperimentale. Di formato orizzontale e di estetica molto futuribile, che coniuga le diverse mani del gruppo in una storia di vendetta, responsabilità e di predestinazione.
I personaggi si ritrovano in una situazione inaspettata, perché le leggende arturiane non raccontano di cosa succede dopo, al regno di Camelot. Se esiste una profezia che dice che il ritorno di Artù coinciderà con una nuova rinascita pacifica, tuttavia non sono mai esplicitate le condizioni in cui essa sarà attuata.
Sebbene le mani siano diverse che si avvicendano nel disegno, sono tutte in equilibrio tra loro. Soprattutto quello che più è d’impatto secondo me è tutto l’impianto grafico, perché riesce a unire l’aspetto classicamente cavalleresco a guizzi sci-fi. Fuori dagli anni Settanta, unire il fantasy e la scifi è difficilissimo.

Degno di nota soprattutto anche per un altro motivo: in genere, l’adattamento fumettistico di un personaggio così noto avviene in maniera didascalica da parte di case editrici. È una sorta di porto sicuro, in cui vengono raccontate in maniera molto orizzontale e biografico le sue vicende. Pensare di scombinare l’ambiente arturiano per ricomporlo in un mosaico di questo tipo per nulla visivamente tradizionale, lontano dalle paginone francesi (è pure orizzontale, mattissimo) ma che nonostante tutto ancora ci sono delle intuizioni dinamiche di tavole aperte di età storica, alla Valiant. Quindi rieccoci di nuovo nel grande oceano dell’arturianità, in grado di proiettarsi su ogni nuovo media.

La donna nello stagno – Sara Forlenza

Si tratta di un romanzo autoconclusivo edito da Plesio, che ha uno dei cataloghi di titoli internazionali e nazionali più interessanti.

L’autrice, Sara Forlenza, è una eccelsa illustratrice che del fantastico di influenze di folklore nord europeo ha fatto uno dei suoi tratti più caratteristici.
La storia non tratta di re Artù direttamente. Tuttavia, ci sono molte vibes che rimandano costantemente a ciò che Artù e Camelot sarebbero nelle loro leggende arturiane, e l’impatto che hanno sulla popolazione. Il protagonista maschile, Murphy, ha tutte le caratteristiche di essere assieme Artù e Mordred, nell’eterno balletto di vita – morte – vita che è della visione celtica dell’aldilà.
La cosa che più ho apprezzato di tutto, oltre alla resa dei personaggi femminili e della loro trattazione, è come Sara racconta e rappresenta i popoli fae. Crudi, feroci, ferali, a volte benevoli a volte chissà. Chissà se la persona strana che hai incontrato al limitare del bosco è un fae…

Il romanzo racconta dell’assalto di un piccolo villaggio britannico durante l’invasione sassone e di come le persone, soprattutto le donne, sopravvivono. La vera protagonista, Morgan, è una donna sfregiata isolata dalla sua comunità. Condivide con Murphy e la sua spada molto più di quel che sembra. Il nome di Morgan è parlante, poiché ricorda tre cose: Morgana e Morgana Le Fay, sorella di Artù e regina delle fate; Morgan richiama Morrigan, la dea irlandese della guerra; e infine, Morgan è un parola brittonica che identifica un legame col mare. Nelle lingue celtiche i legami connessi con l’irlandese, il norreno e il latino si consolidano e mutano proprio in questi secoli.

Questa parte della storia britannica (praticamente tutto ciò che è successo fino all’esistenza di Riccardo Cuor di Leone, o Re Alfredo il Grande a stare bassi) in Italia è poco noto.
Poco studiato solo in fascia universitaria e in corsi specifici, per noi questa parte della storia è rientrata o per qualche romanzo pseudostorico, o grazie alle serie tv di Vikings e The Last Kingdom.

Il romanzo ha due aspetti, uno pesantemente realistico e molto ben ricostruito (nomi, luoghi, corredi), l’altro invece sboccia direttamente nelle tradizioni e leggende fae, molto approfondite. Tuttavia è un romanzo davvero molto crudo per certi aspetti. Ci sono un centinaio di pagine di soldati che mietitrebbiano un villaggio e le donne rimaste. Quindi lo sconsiglio a chi ha difficoltà alla lettura.

Il Cavaliere del Drago – Arioli, Tanzillo

All’apparenza sembra un classico fumetto francese, dal formato gigante con grandi tavole spaziose e personaggi in fullplate che sono la coccola dei lettori francofoni.
Esordito appunto in Francia e stampato poi anche in Italia finalmente, questa era una delle uscite edite che attendevo di più a Lucca, forse la più attesa.
Purtroppo il formato italiano è un po’ più piccolo dell’originale francofono e compatto, ma le tavole di Emiliano Tanzillo all’interno restano splendide, amo tantissimo il suo disegno.
Il cavaliere del Drago ha due caratteristiche importanti.

La prima, molto classica del racconto a tema arturiano, è che si parte dal classico ultimo. Un ragazzino dimenticato nella parte più dimenticabile del regno, chiamato a cominciare la sua avventura. Lontano dall’essere un cavaliere adulto fatto e finito già pronto a missioni e avventure contro potenti nemici. In genere questo è un archetipo molto sottovalutato, a me piace molto perché è quello che forse riesce meglio a comunicare coi lettori più giovani.

L’altra invece è la documentazione molto profonda dello sceneggiatore, Emanuele Arioli, che è ricercatore professore paleografo tutto ha effettuato confezionando il volume. Per dieci anni ha ricomposto, rovistando in centinaia di manoscritti, la strana figura di un cavaliere che sembrava essere stato dimenticato dalle cronache. Ne ha fatto il protagonista del fumetto, Sivar, (nome in comune con Sigurd/Siegfrid), dove si mescolano influenze celtiche e nordiche. In questi frammenti, trovati all’interno di altre cronache dedicate a Merlino, questo cavaliere parte con due compagni magici e spassosi all’inseguimento di un drago; Arioli quindi a sua volta è partito a inseguire Sivar per ricomporne l’avventura. Ne è uscito una singolare avventura conservata anche in alcune trascrizioni italiane di questa banda sbilenca: mentre i big della Tavola rincorrevano missioni di alta fascia, Sivar viveva questa avventura dove meraviglia e realismo si mescolano, ma si mescolano anche pezzetti di tutta l’Europa cavalleresca.

Nella ricerca gli elementi norreni sono parecchi, così come i riferimenti all’Irlanda, alle isole e al Galles. Come è successo con Marckalada la storia stessa della ricerca in archivio è anche quella una storia pazzesca e interessante da conoscere.
Non aspettatevi però un massiccio stile francobelga con sfilate di castelli e cavalieri. Lo stile delle tavole è molto più morbido, i personaggi espressivi e con un tratto delicato e meno iperrealistico dei classici biografici. Ogni personaggio ha una sua estrema riconoscibilità, colori e costumi sono un po’ più teatrali che storici. Cosa che ci sta benissimo in una ricerca di sintesi tra i vari elementi arturiani di cui sopra.

Si avvicendano così personaggi, nomi e voci che di norma non sono subito familiari, ma che in un’ottica di avere un’ambientazione arturiana di più grande respiro ne coglie le varie istanze rendendolo ampia. Non si ferma quindi sulla soglia, e crede molto che il lettore ci segua nell’addentrarsi nel fumetto: non è una cosa più così scontata.
Si resta in una scena un po’ più fantasy, un po’ farsesca, che ricorda sia l’high fantasy cavalleresco che l’ambientazione più cruda del primo medioevo inglese… proprio quel momento di cui sopra quando i britannici si trovano angli e sassoni alle porte dei villaggi.
Tra tutte quelle che ho visto, e i vecchi romanzi che ho, forse è l’opera che attualmente, nuova, riesce a coniugare meglio proprio il problema evidenziato all’inizio: la crisi diacronica tra meraviglia e realtà, e le riconcilia.

Un mondo reale in cui sopravvivono gli elementi meravigliosi, non fantasy. Meraviglioso e Fantasy sono due elementi diversi. Non è assurdo che siano proprio i fumetti a rinverdire questa saldatura, poiché il fumetto si basa sulla sospensione dell’incredulità e sullo stimolare un vasto senso di meraviglia.

E ora…

I titoli che raccontano l’arturianità non sono solo fumetti o film: ce ne sono a caterve. Questi sono quelli che mi sono piaciuti di più e che sono contenta di aver trovato nelle nostre manifestazioni fumettistico-fantastico.
Se ce ne sono altri che vi stanno a cuore segnalatemeli, così aggiungo a questa lista!

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